Maria Lisa Cinciari Rodano

Maria Lisa Cinciari

"Con la fundación de la FDIM teniamos la esperanza de aportar a construir un nuevo mundo y la conquista plena de los derechos de las mujeres"

Linda Matar

Linda Matar

"Seguiremos demostrando que los sueños no se miden por la edad, estos continúan mientras haya un corazón latiendo"

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Melida Anaya Montes

"En los momentos mas dificiles hay que tener la mente fria y el corazon ardiente de amor por la poblacion"

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Vilma Espín

"Una gran maestra de la vida, distinguida por su amor y de dedicación a la obra de la revolución"

Da Ada Donno

Vice Presidente Regionale

Federazione Democratica Internazionale delle Donne

Europa.

 

“La rivoluzione bolscevica ha sradicato più pregiudizi sulla donna che non le montagne di scritti sull’uguaglianza femminile”, dichiarò Lenin con giustificata soddisfazione nel 1920, nel suo celebre colloquio con Clara Zetkin.


“Le donne occupano posti di direzione nei Soviet, negli Esecutivi, nei Ministeri e negli uffici pubblici di ogni tipo – aggiunse il leader della Rivoluzione d’Ottobre – e ciò costituisce un grande valore per noi. E’ importante per le donne di tutto il mondo, poiché evidenzia la capacità delle donne, il grande valore del lavoro che svolgono nella società”.


E’ innegabile, in effetti, che la rivoluzione russa del 1917 porti impresso in sé, fin dai suoi esordi, il segno indelebile del protagonismo femminile.

L’8 marzo del 1917 (corrispondente al 23 febbraio del calendario russo) le lavoratrici tessili di Pietrogrado entrarono in sciopero e scesero nelle strade per gridare la loro protesta contro la guerra e contro l’autocrazia zarista, chiedendo pane per i loro figli. Marciarono attraverso i quartieri popolari della città chiedendo alla popolazione di uscire dalle case e unirsi a loro. In migliaia le ascoltarono e giorno dopo giorno altre donne e uomini si unirono alla protesta. Le truppe inviate a disperdere la folla si ammutinarono e finirono per schierarsi con la popolazione. Lo zar fu costretto ad abdicare e fu la rivoluzione. Nell’estate di quello stesso anno, i bolscevichi chiesero al governo provvisorio di Kerenskij l’uscita incondizionata dalla guerra e lanciarono la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet!”, cioè i consigli del popolo. In ottobre, il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e occupato dal proletariato insorto.


Fu quel primo evento – la scintilla accesa dalle lavoratrici di Pietrogrado che aveva fatto divampare la fiamma della rivoluzione in tutto l’impero zarista – ad ispirare l’idea, qualche anno più tardi, di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale delle donne.

Un’immensa energia femminile rinnovatrice – secondo le parole di Aleksandra Kollontaj, che fu fra le protagoniste della Rivoluzione d’Ottobre - si sprigionò dalla “tempesta rivoluzionaria” ed essa si distinse proprio per il ruolo dirigente che molte donne vi ebbero. Un ruolo che si era consolidato attraverso alcuni passaggi essenziali che occorre ricordare.

Fin dal 1912 le militanti bolsceviche, vincendo la repressione zarista con gli escamotages più fantasiosi, destreggiandosi fra l’esilio e la clandestinità in patria, riuscirono a pubblicare il foglio di agitazione "Rabotnitsa" (Operaia), il primo giornale pensato e pubblicato per le donne operaie in Russia, che diffondeva le idee rivoluzionarie sulle tematiche del lavoro e le specifiche problematiche femminili. Nel comitato editoriale del giornale troviamo i nomi di quelle che sarebbero divenute protagoniste della rivoluzione del 1917: Nadezhda Krupskaja, Anna Elizarova, Inessa Armand, Ljudmila Stal’, Alexandra Kollontaj, Konkordiya Samoilova, Klavdia Nikolajeva.
Nel 1914 queste stesse donne lanciarono l’iniziativa di una Conferenza internazionale di donne contro la guerra a Berna, e poi la prima conferenza delle lavoratrici a Pietrogrado.

Le donne bolsceviche – a differenza del movimento femminista borghese che pure era già attivo nella Russia zarista - erano convinte che il tema dell’oppressione di genere andasse legato a quello dell’oppressione di classe e al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava. Finché le donne restavano escluse dalla sfera pubblica della produzione e relegate nella sfera domestica della riproduzione, il modello familiare borghese sarebbe rimasto il nucleo in cui si consumava l’oppressione “privata”delle donne. Accedere al mondo del lavoro e all’autonomia economica era condizione perché le donne conquistassero il necessario spazio politico per sé. Ma il superamento dello sfruttamento capitalistico, che costringeva le lavoratrici alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e in casa, era la condizione necessaria per liberare effettivamente tutte le donne. Perciò l’obiettivo della liberazione delle lavoratrici era indissolubilmente legato alla rivoluzione socialista e solo radicandosi nel proletariato femminile, il movimento di liberazione delle donne avrebbe acquistato quella forza prorompente necessaria a trasformare l’intera società.

Migliaia di giovani donne aderirono al movimento rivoluzionario russo, ma inevitabilmente fra di esse ci furono quelle che, dispiegando al massimo il loro coraggio, l’intelligenza, lo spirito di sacrificio e dedizione, assunsero posti di maggiore responsabilità e rilievo nell’avvio della costruzione del nuovo stato sovietico.

Alessandra Kollontaj (1872-1952), fu tra i massimi dirigenti del partito bolscevico ed entrò nel nuovo governo come commissaria per i servizi sociali – prima donna ministro nella storia - seconda a diventare ambasciatrice. Scrisse numerosi saggi, articoli, libri in cui trattò i problemi della donna, della maternità, della sessualità. Brillante e tenace, svolse una preziosa opera diplomatica durante la seconda guerra mondiale. Morì 80enne a Mosca nel 1952.

Nakzhezda Krupskaja, moglie di Lenin, che aveva sposato al tempo in cui ambedue furono deportati in Siberia, gli fu a fianco fino alla sua morte (sopraggiunta il 21 gennaio 1924), ma ebbe un suo personale e cruciale ruolo in campo educativo e nella diffusione di scuole e biblioteche nel nuovo stato sovietico. Lavorò nel Ministero per l’istruzione e scrisse saggi di pedagogia di grande valore (oltre al famoso libro autobiografico “La mia vita con Lenin”. Morì a Mosca nel 1939.

Inessa Armand (1880 - 1920), bolscevica di origini francesi, compì i suoi studi in Russia e divenne agitatrice politica fin dalla giovinezza. Nel corso di questi cento anni, la pubblicistica borghese si è occupata di lei molto più a proposito della sua relazione con Lenin, che delle sue indubbie qualità di donna rivoluzionaria. Fu ispiratrice e seguì particolarmente le attività del mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promosse con grande efficacia la parità dei diritti, organizzando corsi di alfabetizzazione fra le donne delle neonate repubbliche sovietiche, incoraggiando le sottomesse mogli dei contadini a diventare lavoratrici emancipate. Purtroppo Inessa nel 1920 contrasse il tifo petecchiale e morì poco più che quarantenne, lasciando un grande vuoto nelle file della rivoluzione bolscevica.

Anna Ul'janova Elizarova (sorella maggiore di Lenin), ispiratrice e redattrice del giornale per le lavoratrici “Rabonitsa”, come abbiamo già visto, fu poi a capo del dipartimento per la protezione dei minori nel ministero dell’istruzione del nuovo stato sovietico.

Larisa Rajsner (1897-1928) scrittrice, dirigente e commissario politico dell’Armata Rossa durante la Guerra civile che seguì alla rivoluzione d’ottobre, fu corrispondente speciale dall’estero del giornale “Izvestiya” dal 1924 al 1925. Morì a Mosca di febbre tifoide ad appena trent’anni.

Nel ministero dell’educazione lavorarono, negli anni ’20, con ruoli dirigenti anche Vera Menzhinskaja (che in seguito diresse l’Istituto di lingue estere di Mosca) e Mariya Andreeva, attrice, coordinatrice dei teatri municipali di Pietrogrado, capo della sezione artistica del Narkompros (commissariato del popolo per l'istruzione) e infine direttrice della Casa degli studiosi di Mosca.

E ancora: Klavdia Nikolayeva, anima del giornale “Kommunistka” per le donne lavoratrici; Ljudmila Stal’, bolscevica della prima ora, partecipò alla fondazione della rivista Iskrà (la Scintilla) a Parigi nel 1899. Durante la guerra civile scatenata dalle armate bianche nel ’18, Ljudmila curò le pubblicazioni destinate ai combattenti dell’Armata Rossa.
Solo per nominarne alcune. La presenza di queste donne ai vertici della rivoluzione permise loro di partecipare alla stesura delle leggi che introdussero l’uguaglianza civile e sociale delle donne nella neonata repubblica federativa sovietica.

Fu esteso innanzi tutto l’elettorato attivo e passivo alle donne, per consentire loro la piena partecipazione al processo politico. Poi fu introdotto il nuovo Codice della Famiglia, ratificato dal governo dei soviet nel 1918, che parificò lo status civile fra donne e uomini, introdusse il matrimonio civile stabilendo l’uguaglianza fra i coniugi (tra l’altro, si riconosceva a ciascuno dei due coniugi la libertà di assumere il cognome dell’altro); fu eliminata la distinzione fra figli legittimi e illegittimi, fu riconosciuta la convivenza al di fuori del matrimonio e facilitate nettamente le pratiche di divorzio. Fu legalizzato l’aborto riconoscendo alle donne il diritto di decidere. Furono introdotte misure per sottrarre le donne alla prostituzione, fu depenalizzata l'omosessualità.

Agli inizi del 1918 fu istituito il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, per provvedere all’applicazione della nuova legislazione in materia di maternità, che tutelava le lavoratrici madri e prevedeva l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per le donne, l’istituzione di cliniche e ambulatori per la maternità, consultori, asili per l’infanzia.
Vennero introdotte anche forme di socializzazione dei lavori domestici e servizi pubblici per supportare le famiglie operaie e divenne legge il principio di "uguale salario per uguale lavoro".

Nell’autunno del 1919 fu creato, come già accennato, uno specifico dipartimento del comitato centrale del partito bolscevico per le attività autonome delle donne, il Žhenotdel, che istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le donne della classe operaia e per le contadine. Il Zhenotdel aveva una propria pubblicazione mensile, "Kommunitska", rivolta a tutte le donne e promosse la diffusione di testate giornalistiche femminili (nel 1927 se ne contavano 18) e l’organizzazione di riunioni di formazione politica che coinvolsero milioni di donne.

Così come in migliaia avevano aderito al movimento rivoluzionario, quando le “armate bianche” della reazione scatenarono la guerra civile, spontaneamente le donne si arruolarono in gran numero nell'Armata Rossa: si stima che nel 1920 ne facessero parte tra le 50mila e le 70mila.

Le donne bolsceviche furono straordinarie anticipatrici di concezioni che solo nei decenni più recenti i movimenti femministi hanno potuto riproporre, come l’importanza di superare la frattura prodotta dalla cultura patriarcale fra lavoro produttivo e riproduttivo, fra pubblico e privato, che è all’origine della doppia morale sessuale e sottomette le donne a rapporti familiari schiavizzanti; l’affermazione del valore sociale della maternità e l’importanza, nella definizione dell’oppressione femminile, del “privato” che diventa “politico” nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono.

Tali concezioni furono alla base del nuovo Codice della Famiglia promulgato dal governo dei soviet nel 1918, tuttora insuperato, per il coraggio innovatore, in gran parte dei paesi del mondo.

Esse si dedicarono con grande passione e senza risparmiarsi al lavoro politico di educazione delle donne negli angoli più remoti delle repubbliche sovietiche europee ed asiatiche, promuovendo l’istruzione delle donne musulmane, più oppresse dalla struttura patriarcale tradizionale, perché diventassero a loro volta agenti di cambiamento sociale e portatrici dei valori socialisti.

Tutto ciò non avvenne senza incontrare forti resistenze nelle tradizionali società pre-capitaliste con radicate strutture patriarcali. Non fu pacifica l’accettazione delle riforme da parte della popolazione contadina che doveva superare vecchi pregiudizi del passato nelle zone più lontane dai centri della rivoluzione. Non fu facile il lavoro del Zhenotdel particolarmente nelle regioni orientali, dove le donne talvolta pagavano un alto prezzo al loro desiderio di liberazione e dove le riforme furono osteggiate dalle violente reazioni di mariti e padri tradizionalisti. Si aveva notizia di ragazze picchiate e punite duramente solo per aver assistito alle riunioni dei circoli femminili. Solo in Uzbekistan nel 1928 il Zhenotdel denunciò 203 casi di donne uccise dai loro padri, mariti e fratelli.

Tutto ciò obbligava in molti casi a rallentare la marcia, se non a retrocedere.
Alle difficoltà interne si aggiungevano le minacce provenienti dall’esterno. A partire dagli anni ’30 – mentre si faceva più stretto l’assedio della reazione borghese internazionale e si avvicinava la stretta tremenda della seconda guerra mondiale scatenata dall’alleanza tra nazifascismo europeo e militarismo giapponese - le politiche innovative subirono una controspinta conservatrice che portò all’arretramento rispetto a diverse conquiste realizzate. Alcuni dei diritti civili garantiti dal Codice sovietico furono cancellati, l’enfasi ritornò sul modello di famiglia tradizionale, l’aborto e l’omosessualità tornarono ad essere penalizzati e per un certo numero di anni il divorzio divenne più difficile da ottenere. Anche il dipartimento Zhenotdel fu soppresso nel 1930, prima che gli obiettivi di parità e libertà femminile promessi dalla rivoluzione venissero pienamente raggiunti.

Tuttavia il progresso delle donne sovietiche non poteva essere arrestato e la legislazione nata dalla rivoluzione d’Ottobre continuò per lungo tempo ad essere fonte d’ispirazione per le lotte delle donne nel mondo, soprattutto con riguardo ai diritti di parità nel lavoro e alla tutela delle lavoratrici madri. “Fare come in Russia” fu uno slogan molto presente nelle lotte proletarie in molti paesi doveva imperava lo sfruttamento capitalistico, ancora nei decenni del dopoguerra.

Oggi possiamo dire senza timore di smentite che la rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò non solo una tappa storica fondamentale nel cammino di emancipazione delle classi lavoratrici e dei popoli, ma anche della lotta per la liberazione delle donne. Non si può fare la storia del movimento femminile internazionale senza fare riferimento a quella straordinaria esperienza e alla favolosa lotta condotta dalle donne bolsceviche, se si vogliono comprendere gli sviluppi di esso fino ai giorni nostri.